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Ieri ti ho visto.
Eri fermo sotto un albero.
Io sono passata e ti ho riconosciuto subito. Ho continuato a guidare, incredula, come fossi stato una visione che per un istante non riuscivo a collocare nella realtà.
Poi ho fatto il giro e sono tornata indietro.
E mentre guidavo di nuovo verso quel punto, mi chiedevo già perché lo stessi facendo. Perché fermarmi? Perché tornare?
Avrei dovuto lasciarti lì, come si lascia qualcosa che ormai appartiene al passato. Avrei dovuto ignorarti. E invece no.
Mi sono fermata comunque.
Ho abbassato il finestrino e ti ho chiesto se stessi andando “in trasferta”.
Quella frase in realtà aveva un significato preciso: significava sapere che stessi andando da lei, dalla tua fidanzata.
L’hai capito dopo un attimo, forse non mi avevi riconosciuta subito. Poi hai sorriso, quasi imbarazzato.
E in quel sorriso c’era una familiarità che non sapeva più dove stare, insieme a una distanza che invece era chiarissima.
Abbiamo scambiato poche parole. Un saluto. Un “ti trovo bene”. Come se queste bastassero a contenere tutto quello che in realtà non si può contenere.
Io cercavo di sembrare normale, ma dentro non c’era niente di normale.
C’era qualcosa che si muoveva troppo velocemente, come se il corpo ricordasse prima della mente, come se bastasse vederti per far vacillare, in un istante, tutto ciò che sto faticosamente cercando di ricostruire.
Quando sono ripartita, è arrivata la parte più difficile: il silenzio fuori e il caos dentro.
Per tutto il pomeriggio mi sono chiesta perché non sia riuscita a fare la cosa più semplice, la più razionale, la più necessaria: passare oltre senza fermarmi.
Nonostante tutto quello che so, nonostante il dolore che è costato arrivare fin qui, ho sentito il bisogno di tornare indietro. Di cercarti. Di riaprire una porta che sto ancora imparando a chiudere.
Perché?
Non c’è una risposta netta. Forse è stato un impulso della parte più fragile di me che continua a reagire come se non avesse imparato nulla.
O forse è stata semplicemente la dimostrazione che alcune persone continuano ad abitare dentro di noi molto tempo dopo aver lasciato la nostra vita.
So solo che fermarmi non ha aggiustato niente. Ha solo incrinato di nuovo qualcosa che stavo cercando di rendere stabile.
Non so cosa sia stato per te. Probabilmente il nulla.
Per me, invece, è stato un errore consapevole.
Ma anche la prova che certe emozioni non si archiviano davvero: si addormentano soltanto, finché qualcosa o qualcuno non torna a svegliarle.